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Ragusa +17 +28 Poco nuvoloso


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RAGUSA ED IBLA

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    La presenza dell'uomo risale al III millennio. Ibla, ovvero Hibla Heraia, fu roccaforte dei Siculi, arretrati nell'interno per la colonizzazione greca sulle coste, di cui restano le necropoli attorno a Ragusa.
Un gruppo di tombe a forno, grotticelle scavate nella roccia, le possiamo scorgere lungo la strada che da Ibla sale a Ragusa appena sotto la chiesa di S. Maria delle Scale; un altro gruppo di tombe sicule si trova nei pressi della confluenza del torrente S. Leonardo con l'Irminio e si possono scorgere anche affacciandosi nella vallata dal Giardino Ibleo.
L'indipendenza fu definitivamente persa invece con la conquista romana nel III sec. A.C.. Nel 330 d.C. la Sicilia passa sotto la dominazione bizantina e vi rimarra' per circa cinque secoli. I bizantini pensarono di fortificare Ragusa e vi costruirono anche un castello. Una importante catacomba, detta delle Tra bacche, proprio di questo periodo e' possibile visitare in contrada Centopozzi.
    Nel'848 Ragusa fu conquistata dagli Arabi che vi introdussero, come in tutta la Sicilia, nuove e importanti colture. Nel 1081 i Normanni iniziano la conquista della Sicilia e nel 1091 anche Ragusa viene conquistata. Ruggero d'Altavilla tiene per se' Modica, Scicli, Ispica e Giarratana e concede al figlio Goffredo, Ragusa col titolo di Contea. Con il matrimonio dell'erede al trono di Sicilia Costanza d'Altavilla con l'imperatore di Germania Enrico VI inizia la dominazione Sveva.
    Nel 1266 la Sicilia fu conquistata dagli Angioini che sol pochi anni dopo furono cacciati con la rivolta del Vespro (1282). Venuti gli Aragonesi in Sicilia si ripristino' il sistema feudale e Ragusa assegnata come contea a Chiaramonte, la cui sede fu trasferita a Modica sotto i Cabrera (1448) a causa di una rivolta contro i feudatari che si svolse a Ragusa.
    Anche il territorio subisce una trasformazione, nascono la massaria e i muri a secco che segneranno il passaggio del circondario. I muri a secco, un modo di recintare i campi con l'elemento piu' abbondante, la pietra, permettono la rotazione delle colture e il pascolo semibrado di bovini.
    Nel 1693 un terribile terremoto distrusse Ragusa (5000 morti) assieme a tutta la Sicilia sud-orientale (60.000 vittime in totale). La ricostruzione di Ragusa inizia subito e mentre i nobili (Sangiorgiari) preferiscono ricostruire sullo stesso luogo dove sorgeva prima, massari e borghesia (Sangiovannari) andarono a costruire sulla vicina collina del Patro.

    All'indomani del terribile terremoto del 1693, dopo aver dato degna sepoltura ai morti, recuperato dalle macerie cio'; che si poteva ancora recuperare e fatto il conto degli ingenti danni, i cittadini di Ragusa, dovettero decidere in merito alla ricostruzione della citta'. La storiografia locale riporta che, in quei giorni, si tenne una sorta di Consiglio dei cittadini in cui vennero esaminate tre proposte: la prima prevedeva la ricostruzione delle case nello stesso sito della citta' distrutta, la seconda prevedeva lo spostamento dell'abitato nella contrada "del Patro", una spianata a poca distanza dall'antico centro, leggermente inclinata e delimitata da due stretti valloni,e la terza infine, prevedeva lo spostamento della citta', verso il mare, nella contrada di Cutalia. Scartata subito quest'ultima, in quanto il sito era considerato troppo lontano, si discusse a lungo, attorno alle altre due ipotesi, senza tuttavia, giungere ad un accordo. Una parte dei cittadini, guidata dal ceto nobiliare, conservatore e legato alla tradizione, decise a ricostruire le proprie case nell'antico sito, mentre un'altra parte, guidata dal ceto borghese ed imprenditoriale, piu' ardimentoso e proiettato verso lo sviluppo della citta', decise di costruirle nel nuovo sito "del Patro".

    Ad agitare le acque, contribuiva il contrasto di preminenze tra le due chiese principali, S. Giorgio, la matrice della citta', e S. Giovanni Battista, che vantava anch'essa antichi diritti matriciali. Visto lo stretto legame tra amministrazione civile ed ecclesiastica che vigeva in Sicilia a quel tempo, le preminenze religiose assumevano un elevato valore sociale e potevano essere facilmente strumentalizzate al servizio degli interessi dei gruppi in lotta per il potere cittadino. Ecco che le famiglie costituivano due partiti: i "Georgesi" o "Sangiorgiari" e i "Giovanniti" o "Sangiovannari", che si professavano "affezionati" dell'una o dell'altra chiesa, difendendone gli interessi, veri o presunti, conculcati dalla parte avversa.
    Negli anni precedenti al terremoto, il partito "Sangiovannaro" i cui membri avevano avuto un ruolo rilevante nel primo trentennio del secolo XVII, si trovava in una fase discendente ed aveva subito alcune pesanti sconfitte come la breve separazione dalla chiesa S.Giorgio, concessa dalla Santa Sede con la nomina del parroco Ascenzio Gurrieri, ma subito annullata per la decisa opposizione del parroco di S. Giorgio, Giambattista Bernardetto, che non voleva rinunciare a reggere insieme le due parrocchie, e che alcuni anni dopo impose che nella intestazione dei documenti della parrocchia di S. Giovanni si aggiungesse il titolo "subjective" cioe' sottomessa alla chiesa madre di S. Giorgio. In questo stato di cose, il terremoto e la successiva ricostruzione vennero visti dai "Sangiovannari", come una occasione per conquistare la propria autonomia e poter gestire a modo loro lo spazio urbano e quello economico.
    Per questo motivo, pochi giorni dopo il terremoto, trasferirono la sede parrocchiale in una baracca di tavole di legno costruita al centro del "piano del Patro", su un terreno di proprieta' dell'Opera pia della "Messa dell'Alba", antica e ricca opera assistenziale che alla stessa chiesa faceva capo. La determinazione della scelta, che non ammetteva alcun ripensamento e' testimoniata dal trasferimento immediato nella nuova sede di tutti gli arredi che si poterono recuperare dalle macerie della chiesa antica, compresa la cinquecentesca statua in pietra di S. Giovanni, al centro della devozione popolare e punto di riferimento per i parrocchiani. Attorno alla chiesa, sempre nei terreni della "Messa dell'Alba" e di altre Opere pie come la "Cassa dell'Elemosina", che aveva sede nella chiesa di S. Maria delle Scale, si trasferirono, numerosi parrocchiani che vi costruirono baracche di legno e case in "petra a sicco".

La ricostruzione dell'antico abitato procedette con maggiore lentezza anche perche' alcune parti rimasero a lungo inedificate, come lo spazio in cui sorgeva il castello, quello attorno alla vecchia chiesa di S. Giovanni e quello ad est dell'abitato, tra il convento dei Cappuccini, e il convento di S. Maria di Valverde in cui si riedificarono solo le chiese. Tra i nuovi edifici ci sono le case di Margherita Lorefice, ricostruite nel febbraio del 1694, nei pressi della Porta di Modica, la nuova chiesa del Convento di S. Maria di Gesu', "demolita e devastata dal terremoto" e la nuova chiesa di S. Giorgio, costruita nell'ottobre dello stesso anno, accanto alle rovine della vecchia chiesa, di cui "rimaneva ancora in piedi la porta maggiore con parte dell'affacciata, le cappelle di S. Giorgio e della Nativita' e parte del Cappellone".
Fu soltanto nella seconda meta' del secolo XVIII che avvenne una modifica sostanziale dell'assetto urbano che aveva conservato, pressoche' invariato, le stesso impianto di stampo medievale precedente al terremoto.
Nel 1738, venne decisa la ricostruzione della chiesa di S. Giorgio spostandola in una posizione piu' centrale rispetto all'abitato, nel luogo occupato dalla chiesa di S. Nicola. Del progetto venne incaricato l'architetto Rosario Gagliardi che realizzo' in quell'anno "il disegno della nuova chiesa" di cui il 25 ottobre 1739 viene posta la prima pietra. Davanti alla nuova chiesa esisteva un ampio spiazzo in cui, prima del terremoto, sorgevano alcuni palazzi appartenenti a D. Fabio Castellet, al Cavaliere di Malta Fra Francesco Arezzo, al barone Campolo ed al Barone di Furmica, che prospettavano tutti sulla "Cioncata", la strada principale della citta' medievale. Crollati col terremoto, i palazzi non erano stati riedificati perche' le famiglie dei proprietari si erano estinte o non risiedevano piu' a Ragusa.

Questo fu il primo nucleo della grande piazza che venne completata negli anni successivi, quando anche il resto del vasto spazio aperto, "per uso del signore di S. Blasi" venne acquisito per uso pubblico. Attorno al nuovo spazio urbano, nei primi anni del secolo XIX vennero costruiti o ricostruiti i palazzi di alcune delle famiglie piu' in vista della citta' come quelli del duca di S. Filippo, Arezzo Grimaldi, costruito nella prima meta' del secolo, sull'antico palazzo del barone di S. Biagio, quello coevo di don Giorgio Arezzi Grimaldi, quello edificato alla fine del '700 dal dott. Salvatore Castro, poi passato, nell'800 alla famiglia Capodicasa ed infine il palazzo del barone Ingrassotta, poi la Rocca, edificato intorno al 1845.

Dall'altro lato della piazza invece furono costruiti il Circolo di Conversazione, nel 1858, seguito dal palazzo del marchese Maggiore di S. Barbara, edificato intorno al 1844, quello di don Domenico Arezzo costruito nel 1816, e poi quelli del Can. Cosentini e di D. Saverio Nicastro edificato agli inizi dell'800. L'ultimo intervento di rilievo avvenne agli inizi del secolo XX con l'apertura della "strada Castello vecchio", oggi via dott. Solarino, che provoco' lo sventramento del palazzo del duca di S. Filippo e l'edificazione di tutta l'area in cui insistevano le rovine dell'antico castello su cui sorsero il villino Arezzo ed il grande edificio del Distretto militare.

    Nell'estate del 1693, venne a Ragusa il Procuratore generale del Conte di Modica, don Antonio Romeo y Anderas, il quale visito' la citta' per rendersi conto dei danni del sisma. In quell'occasione ricevette la richiesta di edificazione dell'abitato nel "piano del Patro", richiesta che venne subito accolta "riconoscendo il sito assai commodo per la fabbricatione sia per la salubrita' dell'aere, come per la pianura di sito, commodita' dell'acqua, abbondanza delle pietre ed altre necessarie circostanze per una commoda abbitazione".

Ottenuta l'autorizzazione, comincio' subito l'edificazione di case in muratura, come gli otto corpi di case costruiti per il provicario don Antonino Mazza, nel novembre del 1693, o i due corpi di case costruiti nel gennaio del 1694 per il sac. G. Battista Migliorisi e per Vincenza Mazza Ioppolo. Nel 1694 veniva dato inizio anche alla costruzione della nuova chiesa di S. Giovanni, alla cui posa della prima pietra, il 13 aprile, presenziavano tutte le piu' alte cariche dell'amministrazione della Contea e lo stesso Procuratore generale il quale, in segno di devozione, poneva nella buca alcune monete d'oro.
    Con questa fastosa cerimonia venne dato l'avvio ufficiale alla edificazione del nuovo centro urbano, sviluppatesi secondo un vero e proprio modello urbanistico a maglia ortogonale, gia' largamente sperimentato nelle nuove citta' edificate dagli spagnoli in America Latina ed utilizzato nella ricostruzione barocca di molti altri centri siciliani.
Il nuovo abitato conobbe comunque un rapido sviluppo, sono numerosissime le nuove case edificate a cui si aggiungono le chiese: della Merce' (1698), di S. Pietro (1698), di S. Giuseppe (1700) e di S. Sebastiano (1703). Nel 1702 una relazione spedita dal Commissario del Vicere' ricorda che "nel nuovo sito del Patro in questi anni sono state costruite numerose buone case abitate da circa duemila persone con una pianta ricca di strade larghe e piazze simile a quella di Catania". Lo sviluppo continuo' durante tutto il secolo XVIII ed il successivo XIX, a meta' del quale il nuovo abitato aveva una popolazione di trentamila abitanti, seguendo comunque lo stesso schema tracciato alla fine del '600. Un sostanziale cambiamento avvenne nel secondo quarto dell'800 con la costruzione del Ponte Vecchio, ultimato nel 1843 che, superando l'ostacolo naturale della Vallata S.Domenica, consenti' l'espansione della citta' verso sud dove si trovavano i giacimenti di asfalto che proprio in quegli anni si cominciavano a sfruttare intensivamente.

       Oggi Ragusa Inferiore o Ibla, derivante senza discontinuità dall'antica, è la parte orientale della città, allungata tra due ripidi valloni alle pendici meridionali dei monti Iblei; il suo aspetto è barocco, dopo che la vecchia nobiltà feudale la volle ricostruita su se stessa, con l'intervento qualificante dell'architetto siracusano Rosario Gagliardi, dalle rovine del terremoto del 1693. Più a ponente sta Ragusa Superiore, la città settecentesca che la nobiltà agricola di recente formazione volle, in ordinata scacchiera, dopo la stessa sciagura e i successivi ampliamenti, gli ultimi favoriti dallo sfruttamento delle miniere di asfalto, scoperte nel 1898, e in seguito dal petrolio.
   Due cattedrali, tante scale, due città diventate una. Nella campagna si susseguono i muri a secco e le solide masserie. Il miele di qui è famoso sin dall'antichità.
    La visita della città può cominciare da Ibla, con la visita della Basilica di San Giorgio esempio imponente di barocco siciliano. (nella foto, il duomo di S. Giorgio a Ibla)
Ultimata nel 1775 su disegno di Rosario Gagliardi, presenta una elaborata facciata divisa in tre parti da fasci di colonne e motivi decorativi tipici dell'epoca. La parte centrale, stretta e lunga, è conclusa da una cupola ottocentesca alta più di 40 metri e sorretta da 16 colonne binate.
Nonostante i diversi elementi architettonici appartengano a epoche diverse - la scalinata e la cupola sono posteriori alla chiesa - l'insieme risulta straordinariamente armonioso. All'interno, nella navata centrale, troviamo 13 vetrate istoriate rappresentanti i martiri di S. Giorgio, dipinti di Vito D'Anna e, in Sacrestia, una bella pala di altare marmorea, notevoli sculture di scuola gaginesca e un ricco 'Tesoro del Santo'.

In Piazza Pola, la Chiesa di San Giuseppe presenta una facciata molto simile a quella della Basilica di S. Giorgio, ed è per questo attribuita al Gagliardi. Nell'interno, di forma ellittica, si può vedere ancora la semplice facciata ornata da un bel portale con stemma dell'ordine conventuale e un piccolo barocco campanile a vela. Nell'interno, a una navata, oltre a stucchi e qualche tela, si conservano altre preziose opere barocche, oltre alla presenza di una bella statua in argento di S. Giuseppe del 1600.

Di ritorno da Piazza Pola, e imboccata via Orfanotrofio, ci accoglie la Chiesa di Sant'Antonio , già Santa Maria La Nuova, con un bel portale ogivale in un fianco, residuo dell'antica chiesa in stile gotico, e l'attuale portaletto barocco.
Nell'interno si può vedere ancora nel portale della sagrestia un altro resto dell'antica struttura.

Non lontano c'è l'ingresso della Villa Comunale o Giardino lbleo, ben curato, ampio e panoramico: dalla sua balconata infatti si godono magnifiche vedute sia dei monti di fronte sia della valle dell'Irminio.
Nell'interno della villa sorgono tre chiese: quella dei Cappuccini con convento , quella di San Giacomo e quella di San Domenico o del Rosario, dal campanile con maioliche colorate, ma ormai cadente, con grandi linee di frattura nella facciata.

Poco prima dell'ingresso sorge la Chiesa di San Giorgio Vecchio con un bel portale in stile gotico-catalano, con nella lunetta San Giorgio che uccide il drago, e nei due rombi laterali le aquile aragonesi. La chiesa di San Giorgio, eretta verso la metà del secolo XIV, nel periodo chiaramontano, doveva essere molto grande (a tre navate) e sicuramente molto bella, a giudicare dalla sontuosità di questo portale a forte strombatura il quale, anche se ormai quasi del tutto corroso dal tempo, conserva una sua antica bellezza con le sculture nella dolce roccia locale, da sembrare ricami.

All'interno del parco, come già detto, si innalzano le interessanti chiese di San Domenico, col campanile in terracotta policroma, di origine trecentesca, e quella dei Cappuccini Vecchi, caratterizzata da una semplice facciata ravvivata da quattro paraste a capitelli corinzi che reggono un frontone neoclassico accompagnato da due piccoli campanili. L'interno della chiesa con tetto a capriate conserva una delle piú belle tele di Ragusa, il trittico di Pietro Novelli (il Monrealese), rappresentante la Madonna fra gli angeli e Santi, (uno degli apostoli é un suo ritratto).

Poco distante sorge la Chiesa di Santa Maria delle Scale in via XXIV Maggio. Ricostruita dopo il terremoto, ha avuto salvi il portale, un bel pulpito gotico e il campanile. All'interno degni di nota sono gli archi di tipo gotico e rinascimentale e un'immagine cinquecentesca della Vergine, opera in terracotta della scuola del Gagini. Dal terrazzo antistante la chiesa si dipartono le scale (circa 250 gradini), che, a rampe, ci portano a Ragusa lbla.

Qui, nell'antico nucleo cittadino, si incontra la settecentesca Chiesa di Santa Maria dell'Idria. La chiesa fu costruita per l'ordine dei Cavalieri di Malta nel 1639, quando ebbero a lbla una commenda dell'Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani. Sulla porta si nota ancora la croce dell'ordine maltese. L'interno é fastoso, con sontuose decorazioni agli altari, diversi l'uno dall'altro. Alla sinistra della chiesa si erge un campanile che, oltre alla cella campanaria, sorregge una balaustra, che circonda un cupolino, la cui base ottagonale é rivestita da formelle policrome di Caltagirone, decorate con vasi e fiori.

Poco lontano si trovano Palazzo Cosentini e Palazzo Bertini. Il primo é una tipica costruzione del barocco siciliano del '700. Probabilmente questo é il piú caratteristico di quei palazzi, con eleganti balconi, sorretti da ornatissimi mensoloni con una serie di personaggi e un repertorio di animali, mostri, belve, facce orribili e fantastiche, che sono appunto una caratteristica del barocco. Palazzo Bertini, realizzato dalla famiglia Florida verso la fine del '700, fu poi comprato dai Bertini, dai quali prese il nome. La caratteristica di questa costruzione sono tre mascheroni, impostati nella chiave di volta delle finestre. I tre mascheroni sono stati oggetto di interpretazioni diverse, ma quella che viene piú comunemente accettata é quella dei "tre potenti". Il primo mascherone rappresenterebbe il povero deforme, che, con la lingua di fuori, con alcuni denti mancanti e col naso enorme, ha l'espressione di colui che, non possedendo niente, non può essere privato di nulla. All'altra estremità sarebbe rappresentato il commerciante con turbante, con i baffi ben curati e con l'aspetto tranquillo, simbolo di colui che ha tutto e che tutto può grazie al suo denaro. La figura centrale rappresenta un nobile signore, con sguardo fermo e sicuro, colui che può fare ogni cosa, e rappresenta quindi il potere dell'aristocrazia. Il nobile, in quanto al centro della società, é scolpito in posizione frontale, fra povertà e ricchezza.

   Ragusa superiore, che si sviluppa sull'altopiano, fu interamente pianificata secondo uno schema a scacchiera dopo il terremoto del 1693 ed è caratterizzata da lunghe vie parallele e scenografie di palazzi tardobarocchi. Il primo edificio che merita di essere visitato é la Cattedrale di San Giovanni che si trova nella piazza omonima. La chiesa, costruita tra il 1706 e il 1760, presenta una bella facciata barocca riccamente decorata, un imponente portale e un campanile a cuspide. Da vedere, all'interno, le pregiate decorazioni in stucco delle cappelle ottocentesche. Sul retro della chiesa si trova la Casa Canonica, bell'edificio barocco alleggerito da diverse finestre balconate.


Il primo ponte di Ragusa, detto Ponte Vecchio o Ponte dei Cappuccini fu fatto costruire grazie all'interessamento dei frati, particolarmente di padre Occhipinti Scopetta, che fu tra i primi a riconoscere la necessità di un ponte che superasse la valle del Gonfalone. Il ponte, progettato dall'ing. Giarruso e inaugurato nel 1835, fu concepito a due ordini: l'inferiore a 4 arcate e il superiore a 10. Una breve escursione si può compiere a due km da Ragusa dove si trovano gli impianti di estrazione e di lavorazione del calcare bituminoso. A cielo aperto o in galleria, essi rappresentano uno dei maggiori complessi del genere. Non lontano dalle miniere scavi recenti hanno portato alla luce una latomia, cioé un antro scavato nella pietra, con tombe di età paleocristiana (IV sec. d.C.).

Accanto alle pompose basiliche, la città ospita il Museo Archeologico lbleo in via Natalelli, allestito al piano terreno dell'Hotel Mediterraneo, che conserva i reperti archeologici degli scavi compiuti nella provincia ragusana. Sono catalogati topograficamente e cronologicamente a partire dal neolitico e divisi in sezioni. La prima sezione raccoglie le testimonianze del Neolitico fino all'Età del Bronzo (cultura di Castelluccio). La seconda é dedicata esclusivamente ai ritrovamenti di Camarina: corredi di necropoli, modellini della città e ceramiche ellenistiche e romane. La terza sezione ospita numerose testimonianze dei primi insediamenti siculi: di particolare interesse é la documentazione relativa al centro di Monte Casasia e delle necropoli di Castiglione e di Ragusa lbla. La quarta sezione raccoglie documenti relativi ai centri di età ellenistica, in particolare agli scavi di Scornavacche, e la ricostruzione con materiali originali della bottega di un ceramista. La quinta sezione ospita materiali di età romana e tardoromana con una ricca documentazione proveniente dai centri di Caucana e di S.Croce Camarina, dove sono stati rinvenuti bei mosaici pavimentali appartenenti a una chiesa paleocristiana.

Prendendo il corso Italia, sulla destra della cattedrale, e deviando per via Scuola, si arriva in piazza del Carmine con il Santuario di origine settecentesca ma di piú recente ricostruzione.

Imboccando via del Mercato, deviando a destra per via XI Febbraio e poi a sinistra per via Di Stefano, ci si ritrova in piazza del Duomo.

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La cattedrale di S. Giovanni Battista (sopra) e il portale della vecchia chiesa di S. Giorgio ad Ibla (sotto)

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