All'indomani del terribile terremoto del 1693, dopo
aver dato degna sepoltura ai morti, recuperato dalle macerie cio'; che si poteva ancora
recuperare e fatto il conto degli ingenti danni, i cittadini di Ragusa, dovettero decidere
in merito alla ricostruzione della citta'. La storiografia locale riporta che, in quei
giorni, si tenne una sorta di Consiglio dei cittadini in cui vennero esaminate tre
proposte: la prima prevedeva la ricostruzione delle case nello stesso sito della citta'
distrutta, la seconda prevedeva lo spostamento dell'abitato nella contrada "del
Patro", una spianata a poca distanza dall'antico centro, leggermente inclinata e
delimitata da due stretti valloni,e la terza infine, prevedeva lo spostamento della
citta', verso il mare, nella contrada di Cutalia. Scartata subito quest'ultima, in quanto
il sito era considerato troppo lontano, si discusse a lungo, attorno alle altre due
ipotesi, senza tuttavia, giungere ad un accordo. Una parte dei cittadini, guidata dal ceto
nobiliare, conservatore e legato alla tradizione, decise a ricostruire le proprie case
nell'antico sito, mentre un'altra parte, guidata dal ceto borghese ed imprenditoriale,
piu' ardimentoso e proiettato verso lo sviluppo della citta', decise di costruirle nel
nuovo sito "del Patro".
Ad agitare le acque, contribuiva il contrasto di preminenze tra le due
chiese principali, S. Giorgio, la matrice della citta', e S. Giovanni Battista, che
vantava anch'essa antichi diritti matriciali. Visto lo stretto legame tra amministrazione
civile ed ecclesiastica che vigeva in Sicilia a quel tempo, le preminenze religiose
assumevano un elevato valore sociale e potevano essere facilmente strumentalizzate al
servizio degli interessi dei gruppi in lotta per il potere cittadino. Ecco che le famiglie
costituivano due partiti: i "Georgesi" o "Sangiorgiari" e i
"Giovanniti" o "Sangiovannari", che si professavano
"affezionati" dell'una o dell'altra chiesa, difendendone gli interessi, veri o
presunti, conculcati dalla parte avversa.
Negli anni precedenti al terremoto, il partito
"Sangiovannaro" i cui membri avevano avuto un ruolo rilevante nel primo
trentennio del secolo XVII, si trovava in una fase discendente ed aveva subito alcune
pesanti sconfitte come la breve separazione dalla chiesa S.Giorgio, concessa dalla Santa
Sede con la nomina del parroco Ascenzio Gurrieri, ma subito annullata per la decisa
opposizione del parroco di S. Giorgio, Giambattista Bernardetto, che non voleva rinunciare
a reggere insieme le due parrocchie, e che alcuni anni dopo impose che nella intestazione
dei documenti della parrocchia di S. Giovanni si aggiungesse il titolo
"subjective" cioe' sottomessa alla chiesa madre di S. Giorgio. In questo stato
di cose, il terremoto e la successiva ricostruzione vennero visti dai
"Sangiovannari", come una occasione per conquistare la propria autonomia e poter
gestire a modo loro lo spazio urbano e quello economico.
Per questo motivo, pochi giorni dopo il terremoto, trasferirono la sede
parrocchiale in una baracca di tavole di legno costruita al centro del "piano del
Patro", su un terreno di proprieta' dell'Opera pia della "Messa dell'Alba",
antica e ricca opera assistenziale che alla stessa chiesa faceva capo. La determinazione
della scelta, che non ammetteva alcun ripensamento e' testimoniata dal trasferimento
immediato nella nuova sede di tutti gli arredi che si poterono recuperare dalle macerie
della chiesa antica, compresa la cinquecentesca statua in pietra di S. Giovanni, al centro
della devozione popolare e punto di riferimento per i parrocchiani. Attorno alla chiesa,
sempre nei terreni della "Messa dell'Alba" e di altre Opere pie come la
"Cassa dell'Elemosina", che aveva sede nella chiesa di S. Maria delle Scale, si
trasferirono, numerosi parrocchiani che vi costruirono baracche di legno e case in
"petra a sicco".
La ricostruzione dell'antico abitato procedette con maggiore lentezza anche perche' alcune
parti rimasero a lungo inedificate, come lo spazio in cui sorgeva il castello, quello
attorno alla vecchia chiesa di S. Giovanni e quello ad est dell'abitato, tra il convento
dei Cappuccini, e il convento di S. Maria di Valverde in cui si riedificarono solo le
chiese. Tra i nuovi edifici ci sono le case di Margherita Lorefice, ricostruite nel
febbraio del 1694, nei pressi della Porta di Modica, la nuova chiesa del Convento di S.
Maria di Gesu', "demolita e devastata dal terremoto" e la nuova chiesa di S.
Giorgio, costruita nell'ottobre dello stesso anno, accanto alle rovine della vecchia
chiesa, di cui "rimaneva ancora in piedi la porta maggiore con parte dell'affacciata,
le cappelle di S. Giorgio e della Nativita' e parte del Cappellone".
Fu soltanto nella seconda meta' del secolo XVIII che avvenne una modifica sostanziale
dell'assetto urbano che aveva conservato, pressoche' invariato, le stesso impianto di
stampo medievale precedente al terremoto.
Nel 1738, venne decisa la ricostruzione della chiesa di S. Giorgio spostandola in una
posizione piu' centrale rispetto all'abitato, nel luogo occupato dalla chiesa di S.
Nicola. Del progetto venne incaricato l'architetto Rosario Gagliardi che realizzo' in
quell'anno "il disegno della nuova chiesa" di cui il 25 ottobre 1739 viene posta
la prima pietra. Davanti alla nuova chiesa esisteva un ampio spiazzo in cui, prima del
terremoto, sorgevano alcuni palazzi appartenenti a D. Fabio Castellet, al Cavaliere di
Malta Fra Francesco Arezzo, al barone Campolo ed al Barone di Furmica, che prospettavano
tutti sulla "Cioncata", la strada principale della citta' medievale. Crollati
col terremoto, i palazzi non erano stati riedificati perche' le famiglie dei proprietari
si erano estinte o non risiedevano piu' a Ragusa.
Questo fu il primo nucleo della grande piazza che venne completata negli anni successivi,
quando anche il resto del vasto spazio aperto, "per uso del signore di S. Blasi"
venne acquisito per uso pubblico. Attorno al nuovo spazio urbano, nei primi anni del
secolo XIX vennero costruiti o ricostruiti i palazzi di alcune delle famiglie piu' in
vista della citta' come quelli del duca di S. Filippo, Arezzo Grimaldi, costruito nella
prima meta' del secolo, sull'antico palazzo del barone di S. Biagio, quello coevo di don
Giorgio Arezzi Grimaldi, quello edificato alla fine del '700 dal dott. Salvatore Castro,
poi passato, nell'800 alla famiglia Capodicasa ed infine il palazzo del barone
Ingrassotta, poi la Rocca, edificato intorno al 1845.
Dall'altro lato della piazza invece furono costruiti il Circolo di Conversazione, nel
1858, seguito dal palazzo del marchese Maggiore di S. Barbara, edificato intorno al 1844,
quello di don Domenico Arezzo costruito nel 1816, e poi quelli del Can. Cosentini e di D.
Saverio Nicastro edificato agli inizi dell'800. L'ultimo intervento di rilievo avvenne
agli inizi del secolo XX con l'apertura della "strada Castello vecchio", oggi
via dott. Solarino, che provoco' lo sventramento del palazzo del duca di S. Filippo e
l'edificazione di tutta l'area in cui insistevano le rovine dell'antico castello su cui
sorsero il villino Arezzo ed il grande edificio del Distretto militare.
Nell'estate del 1693, venne a Ragusa il Procuratore generale del Conte
di Modica, don Antonio Romeo y Anderas, il quale visito' la citta' per rendersi conto dei
danni del sisma. In quell'occasione ricevette la richiesta di edificazione dell'abitato
nel "piano del Patro", richiesta che venne subito accolta "riconoscendo il
sito assai commodo per la fabbricatione sia per la salubrita' dell'aere, come per la
pianura di sito, commodita' dell'acqua, abbondanza delle pietre ed altre necessarie
circostanze per una commoda abbitazione".
Ottenuta l'autorizzazione, comincio' subito l'edificazione di case in muratura, come gli
otto corpi di case costruiti per il provicario don Antonino Mazza, nel novembre del 1693,
o i due corpi di case costruiti nel gennaio del 1694 per il sac. G. Battista Migliorisi e
per Vincenza Mazza Ioppolo. Nel 1694 veniva dato inizio anche alla costruzione della nuova
chiesa di S. Giovanni, alla cui posa della prima pietra, il 13 aprile, presenziavano tutte
le piu' alte cariche dell'amministrazione della Contea e lo stesso Procuratore generale il
quale, in segno di devozione, poneva nella buca alcune monete d'oro.
Con questa fastosa cerimonia venne dato l'avvio ufficiale alla
edificazione del nuovo centro urbano, sviluppatesi secondo un vero e proprio modello
urbanistico a maglia ortogonale, gia' largamente sperimentato nelle nuove citta' edificate
dagli spagnoli in America Latina ed utilizzato nella ricostruzione barocca di molti altri
centri siciliani.
Il nuovo abitato conobbe comunque un rapido sviluppo, sono numerosissime le nuove case
edificate a cui si aggiungono le chiese: della Merce' (1698), di S. Pietro (1698), di S.
Giuseppe (1700) e di S. Sebastiano (1703). Nel 1702 una relazione spedita dal Commissario
del Vicere' ricorda che "nel nuovo sito del Patro in questi anni sono state costruite
numerose buone case abitate da circa duemila persone con una pianta ricca di strade larghe
e piazze simile a quella di Catania". Lo sviluppo continuo' durante tutto il secolo
XVIII ed il successivo XIX, a meta' del quale il nuovo abitato aveva una popolazione di
trentamila abitanti, seguendo comunque lo stesso schema tracciato alla fine del '600. Un
sostanziale cambiamento avvenne nel secondo quarto dell'800 con la costruzione del Ponte
Vecchio, ultimato nel 1843 che, superando l'ostacolo naturale della Vallata S.Domenica,
consenti' l'espansione della citta' verso sud dove si trovavano i giacimenti di asfalto
che proprio in quegli anni si cominciavano a sfruttare intensivamente.
Oggi Ragusa Inferiore o Ibla,
derivante senza discontinuità dall'antica, è la parte orientale della città, allungata
tra due ripidi valloni alle pendici meridionali dei monti Iblei; il suo aspetto è
barocco, dopo che la vecchia nobiltà feudale la volle ricostruita su se stessa, con
l'intervento qualificante dell'architetto siracusano Rosario Gagliardi, dalle rovine del
terremoto del 1693. Più a ponente sta Ragusa Superiore, la città
settecentesca che la nobiltà agricola di recente formazione volle, in ordinata
scacchiera, dopo la stessa sciagura e i successivi ampliamenti, gli ultimi favoriti dallo
sfruttamento delle miniere di asfalto, scoperte nel 1898, e in seguito dal petrolio.
Due cattedrali, tante scale, due città diventate una. Nella campagna si
susseguono i muri a secco e le solide masserie. Il miele di qui è famoso sin
dall'antichità.
La visita della città può cominciare da Ibla, con la visita della
Basilica di San Giorgio esempio imponente di barocco siciliano. (nella foto, il duomo di
S. Giorgio a Ibla)
Ultimata nel 1775 su disegno di Rosario Gagliardi, presenta una elaborata facciata divisa
in tre parti da fasci di colonne e motivi decorativi tipici dell'epoca. La parte centrale,
stretta e lunga, è conclusa da una cupola ottocentesca alta più di 40 metri e sorretta
da 16 colonne binate.
Nonostante i diversi elementi architettonici appartengano a epoche diverse - la scalinata
e la cupola sono posteriori alla chiesa - l'insieme risulta straordinariamente armonioso.
All'interno, nella navata centrale, troviamo 13 vetrate istoriate rappresentanti i martiri
di S. Giorgio, dipinti di Vito D'Anna e, in Sacrestia, una bella pala di altare marmorea,
notevoli sculture di scuola gaginesca e un ricco 'Tesoro del Santo'.
In Piazza Pola, la Chiesa di San Giuseppe presenta una facciata molto simile a quella
della Basilica di S. Giorgio, ed è per questo attribuita al Gagliardi. Nell'interno, di
forma ellittica, si può vedere ancora la semplice facciata ornata da un bel portale con
stemma dell'ordine conventuale e un piccolo barocco campanile a vela. Nell'interno, a una
navata, oltre a stucchi e qualche tela, si conservano altre preziose opere barocche, oltre
alla presenza di una bella statua in argento di S. Giuseppe del 1600.
Di ritorno da Piazza Pola, e imboccata via Orfanotrofio, ci accoglie la Chiesa di
Sant'Antonio , già Santa Maria La Nuova, con un bel portale ogivale in un fianco, residuo
dell'antica chiesa in stile gotico, e l'attuale portaletto barocco.
Nell'interno si può vedere ancora nel portale della sagrestia un altro resto dell'antica
struttura.
Non lontano c'è l'ingresso della Villa Comunale o Giardino lbleo, ben curato, ampio e
panoramico: dalla sua balconata infatti si godono magnifiche vedute sia dei monti di
fronte sia della valle dell'Irminio.
Nell'interno della villa sorgono tre chiese: quella dei Cappuccini con convento , quella
di San Giacomo e quella di San Domenico o del Rosario, dal campanile con maioliche
colorate, ma ormai cadente, con grandi linee di frattura nella facciata.
Poco prima dell'ingresso sorge la Chiesa di San Giorgio Vecchio con un bel portale in
stile gotico-catalano, con nella lunetta San Giorgio che uccide il drago, e nei due rombi
laterali le aquile aragonesi. La chiesa di San Giorgio, eretta verso la metà del secolo
XIV, nel periodo chiaramontano, doveva essere molto grande (a tre navate) e sicuramente
molto bella, a giudicare dalla sontuosità di questo portale a forte strombatura il quale,
anche se ormai quasi del tutto corroso dal tempo, conserva una sua antica bellezza con le
sculture nella dolce roccia locale, da sembrare ricami.
All'interno del parco, come già detto, si innalzano le interessanti chiese di San
Domenico, col campanile in terracotta policroma, di origine trecentesca, e quella dei
Cappuccini Vecchi, caratterizzata da una semplice facciata ravvivata da quattro paraste a
capitelli corinzi che reggono un frontone neoclassico accompagnato da due piccoli
campanili. L'interno della chiesa con tetto a capriate conserva una delle piú belle tele
di Ragusa, il trittico di Pietro Novelli (il Monrealese), rappresentante la Madonna fra
gli angeli e Santi, (uno degli apostoli é un suo ritratto).
Poco distante sorge la Chiesa di Santa Maria delle Scale in via XXIV Maggio. Ricostruita
dopo il terremoto, ha avuto salvi il portale, un bel pulpito gotico e il campanile.
All'interno degni di nota sono gli archi di tipo gotico e rinascimentale e un'immagine
cinquecentesca della Vergine, opera in terracotta della scuola del Gagini. Dal terrazzo
antistante la chiesa si dipartono le scale (circa 250 gradini), che, a rampe, ci portano a
Ragusa lbla.
Qui, nell'antico nucleo cittadino, si incontra la settecentesca Chiesa di Santa Maria
dell'Idria. La chiesa fu costruita per l'ordine dei Cavalieri di Malta nel 1639, quando
ebbero a lbla una commenda dell'Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani. Sulla porta si nota
ancora la croce dell'ordine maltese. L'interno é fastoso, con sontuose decorazioni agli
altari, diversi l'uno dall'altro. Alla sinistra della chiesa si erge un campanile che,
oltre alla cella campanaria, sorregge una balaustra, che circonda un cupolino, la cui base
ottagonale é rivestita da formelle policrome di Caltagirone, decorate con vasi e fiori.
Poco lontano si trovano Palazzo Cosentini e Palazzo Bertini. Il primo é una tipica
costruzione del barocco siciliano del '700. Probabilmente questo é il piú caratteristico
di quei palazzi, con eleganti balconi, sorretti da ornatissimi mensoloni con una serie di
personaggi e un repertorio di animali, mostri, belve, facce orribili e fantastiche, che
sono appunto una caratteristica del barocco. Palazzo Bertini, realizzato dalla famiglia
Florida verso la fine del '700, fu poi comprato dai Bertini, dai quali prese il nome. La
caratteristica di questa costruzione sono tre mascheroni, impostati nella chiave di volta
delle finestre. I tre mascheroni sono stati oggetto di interpretazioni diverse, ma quella
che viene piú comunemente accettata é quella dei "tre potenti". Il primo
mascherone rappresenterebbe il povero deforme, che, con la lingua di fuori, con alcuni
denti mancanti e col naso enorme, ha l'espressione di colui che, non possedendo niente,
non può essere privato di nulla. All'altra estremità sarebbe rappresentato il
commerciante con turbante, con i baffi ben curati e con l'aspetto tranquillo, simbolo di
colui che ha tutto e che tutto può grazie al suo denaro. La figura centrale rappresenta
un nobile signore, con sguardo fermo e sicuro, colui che può fare ogni cosa, e
rappresenta quindi il potere dell'aristocrazia. Il nobile, in quanto al centro della
società, é scolpito in posizione frontale, fra povertà e ricchezza. |